Javier  RAMIREX.  Elevato al cubo, a cavallo di un manico di pennello…



Le origini. Horror vacui.


Ramirex un ribelle ? forse, lo è stato. Sicuramente un inquieto, un uomo alla ricerca con gli occhi lucidi per la volontà di scoperta continua. Il disegno è una formazione. Un dono di natura, ma soprattutto una necessità espressiva primaria. Come parlare, mangiare e tutto il resto. Sta bene quando disegna, stava bene quando disegnava a scuola, per sé, per gli amici.
La vita di tutti i giorni era e può essere normale. Ci sono dei totem consueti: l’unità familiare, un focolare domestico che era e potrebbe essere ancora la televisione, oggi magari è la rete. La rete però implica un’azione e questo piace a Ramirex: esprimersi e non subire. La televisione è quella dei modelli, si subisce e si può solo replicare in altra sede.
Se si parla con Javier associa i suoi disegni di donne dalle forme prosperose a “qualcosa” visto in televisione. E facilmente i racconti degli amici sudamericano ritornano sull’immancabile telenovela dei tanti canali pubblici e privati che ogni sera portano in tavola dal Brasile al Venezuela.  Sabato sensacional, allora, con le eroine dalle dimensioni generose, primo approccio degli adolescenti ad una immagine sensuale che non è quella delle compagne di classe.  
Altra componente fondamentale è l’americanismo. Difficile comprendere questa dimensione nel contesto sudamericano. Al di là del facile assioma “Il Sud America è il cortile di casa degli U.S.A.”, appare evidente che tutti si confrontano con il modello statunitense. Può accadere e accadrà a Ramirex. Erano in tutto il mondo occidentale e sudamericano gli anni di uno dei tanti revival. E se in Italia spopolava il sereno telefilm “Happy Days” specchio di un’America forte nella crescita economica dei ’50, così il film molto musicale “American Graffiti” lascia, fra gli altri, un segno dentro Ramirex. Diciamo dentro, perché attiva le sinapsi di una volontà espressiva finora non manifestata oltre il contenuto domestico e scolastico.  I personaggi di “Graffiti” sono emblemi di un’americanità giovanile problematica e ad un tempo scanzonata, ribelle, ma attenta a non andare oltre i limiti. George Lucas di lì a poco avrebbe iniziato saghe cinematografiche epocali, da “Guerre Stellari” alle vicende di “Indiana Jones”.   Gli stereotipi si riflettono nel contesto mondiale ed implodono-esplodono nella volontà espressiva di Javier. La sua città natale è lontanissima dal dorato e perfetto mondo del film americano, ma possiede abbastanza superfici bianche da riempire.
Ecco allora il Ramirex che si rivela, in ribellione alla Legge degli uomini, lasciando la sua impronta sui muri troppo bianchi della sua città. Ribellione e non arte ?  Dopo recenti esperienze di studio in cui si discute sul graffitismo, la domanda rimane sospesa.  Per l’Italia si ricorda tra l’altro l’esperienza della mostra-dibattito “Pittura dura” oppure le affermazioni di Vittorio Sgarbi sui murales che  si aprono sulla strada del centro sociale Leoncavallo, che ha visto passare anche Ramirex, oltre ai tanti film epocali sul fenomeno, arrivando a Basquiat ed a Keith Haring.

La formazione. I nuovi classici.
La strada era una palestra di vita e d’arte, dunque, ma non andava bene per tutti. Appare curioso che Ramirex capisca “arte” attraverso un regalo, il libro su Van Gogh. Dunque c’è un modo espressivo che, pur mantenendo i suoi caratteri dirompenti nell’epoca di realizzazione, oggi è parte di un sistema economico (di aste, di collezionisti) che forse lo stesso Van Gogh ricercava con una convinzione limitata. La rivelazione è importante perché porta ad una nuova consapevolezza delle possibilità di Javier, che unisce così talento naturale, senso cromatico e realizzativo ad una robusta preparazione. La ricerca   sugli autori ispirativi è bovaristica, segue più che altro un filone, quello tardo impressionista oppure “oltreimpressionista”.  Due sono le componenti che allora formano la scena mentale: il colore, inteso in senso assoluto e quindi poi rimodellato secondo componenti “etniche” nonché il disegno, netto e delimitante, preso dal cloisonné di Gauguin e dalla pittura naivété di Touluse-Lautrec. Quest’ultimo, anzi, oltremodo interessante perché legato ad una dimensione anche proto pubblicitaria, di comunicazione vicinissima ed estrema e dunque piacevole ed attraente per la forma-mentis di nascita televisiva di Ramirex.  Si segnalano dunque gli esordi al pubblico di Ramirex: vent’anni, Santafè di Bogota: gli Ippopotami spaziali mentre si mangiano una formica. Come dire…  quasi il fumetto giapponese degli anni Ottanta portato dentro la sala delle mostre.  È il momento di confrontarsi con gli altri, di apprendere.  E il sogno americano si materializzerà pian piano, non senza però un passaggio necessario che continua ad essere inevitabile. L’Italia dunque.

Ramirex in Italia. Il suo Grand Tour.
Solevano gli  uomini ricchi di un tempo, specialmente tedeschi, inglesi o francesi, compiere dal Settecento al primo Novecento, un Grand Tour. Il giro d’Europa poteva poi essere limitato all’Italia, patria di Cultura ed Arte, dispensatrice di luce e di esperienze. C’è una intera letteratura sulla materia, letteratura di viaggio che annovera sicuramente alcuni capolavori del genere. Che dire della cronaca letteraria del viaggio in Italia di Goethe, per esempio. È in tutto e per tutto una materia di studio. Si andava a riscoprire l’antichità classica greca e romana, il Medioevo rinnovellato e comunale delle cento patrie, i grandi modelli della pittura di corte del XVI secolo. E qualcos’altro fino all’architettura del vivere bene. Gli artisti ritenevano la formazione italiana quasi sempre basilare. E così ecco arrivare caterve di fiamminghi (a parte Rembrandt, che è un grande nonostante un massimo spostamento di 40 km circa) e infine una realtà istituzionale. Il premio per un giovane artista d’accademia, in Francia per esempio, è un soggiorno in Italia. Ovvio. Cosa può aver fatto allora il giovane Javier ? Può aver approfittato del sistema di appoggio sociale italiano ed  è venuto nella penisola con l’umiltà e la curiosità di chi vuole imparare. Siamo tra 1995 e 1997.  I suoi rapporti con le grandi città d’arte sono stati notevoli ed ha pure esposto, a Firenze presso lo Spazio trans positivo di Arte Post-temporanea e presso il centro Leoncavallo a Milano. I titoli delle mostre, Menstruaxion e Cuerpos Verdex . Si afferma dunque la “x”, segno cromosomico e fantastico alla Jules Verne che caratterizza il suo nome d’arte fin dal 1988, leggera, ma sostanziale, modifica dell’originale. Di questo periodo va tenuto conto in modo forte dell’affinamento espressivo di Javier nel confronto con i grandi maestri della pittura italiana. Il suo ricordo costante di Leonardo da Vinci fa capire con quanta passione si sia applicato nei confronti degli ingegni più complessi del passato italiano. Anche il confronto con le esperienze artistiche note confluite nell’esperienza Leoncavallo sono state altrettanto vive. E allora emerge il rapporto con il colore puro, che Javier  stesso, per quegli anni, definisce “libero, anarchico, influenzato dall’Espressionismo tedesco”. Proprio da quell’”arte degenerata” secondo il Nazionalsocialismo hitleriano che trova linfa anche nella ruvida espressione del graffito da bar, da sottopassaggio, da cesso pubblico, nel modo dimostrato per esempio da Grosz.

2000-2007: Latino aquì  a New York City.
La definitive consacrazione di un giovane realizzatore, muralista di origine, si concretizza nella meta sognata a livello giovanile, formativo, ideale, anche forse penetrata negli anni di cartoons davanti alla televisione, nei film eroici di derivazione fumettistica.  La Grande Mela, la città che non dorme  mai. Quanti stereotipi nella mente di tutti, dei ragazzi. Però, non dimentichiamo, Javier viaggia prima in Italia e solo dopo si sente pronto per New York. Qui è un “melting pot”. Latinos come lui sono tanti e l’incontro-scontro con la cultura statunitense si rivela in modo dirompente. Nostalgia. Saudade, direbbero i Brasiliani, che Javier doma con il colore. Lui stesso definisce il suo colore “tropicale”. Tutto è naturaleza, montagne sole terra. Però dove sono tutte queste cose a NYC ? Central Park ? Il polmone verde di una città in realtà piena di angoli verdi e fioriti narrati da chi ama la città come un camminatore della macchina da presa qual è Woody Allen ? Ma è tutto costruito in qualche modo, naturale nell’innaturale. Per contro c’è, dichiaratamente, la volontà di proseguire un discorso formativo, che è divenuto passionale, frutto di osservazioni e letture. Insomma, Javier è in Italia e legge degli Americani. Javier è in Colombia e studia i Francesi e gli Italiani. È sempre un passo più in là. New York nel 2000 è per lui la volontà di rivivere tutta in un fiato l’epopea del XX secolo. Non tanto sul muralismo, quanto sulle grandi collezioni d’arte e su chi, come Pollock, è passato dall’espressionismo di frontiera ad una pittura destrutturata, passando attraverso una movida interculturale.  E di movida si tratta, perché se si scorre l’elenco delle mostre, collettive e personali, che Ramirex ha fatto nel tempo americano, si nota che vi sono situazioni legati al sistema latino ed altre più squisitamente internazionali. Qui Ramirex continua a disegnare le sue figure femminili esagerate, ma visuali sul sistema della costruzione-ricostruzione della donna nel contemporaneo, mentre elabora the tags ricorrenti  in una pittura di derivazione muralista. Bocche semiaperte e cigliate, figli di qualcosa già visto, ma che ritrova una sua centralità. Il disegno cede il passo ad un colore sempre latino, come dice ancora oggi, dunque il riscatto completo nella città cosmopolita e spesso grigia e gialla, annerita dalle torri gemelle cadute, dall’inizio di una nuova guerra nel posto dove tutti si incontrano e teoricamente convivono. Lingua, musica, colore, tutto è sensibilità latina ad un modo e tutto si manifesta in realtà visuali che partono da opere come Latino Power e continuano evolvendosi in  Rayas  e rendendosi quasi liquide in quel sistema di macchie che è Central Park. Poteva forse Ramirex da Bucaramanga evitare Central Park. Non si pensa. Non contano, qui, gli anni precisi di realizzazione. Certo, c’era un continuo confronto, perché lo sguardo continuo da parte a parte è senza fine e pause. Però l’esperienza cadeva e ricadeva su sé stessa senza fermarsi. Altra tematica forte è la “critica” della società statunitense. A Javier manca il senso della famiglia, qui. Vede un ambiente diverso dalla grande famiglia dei telefilm alla “Happy Days”, più tipica dei piccoli centri o del midwest religioso. Vede tutto e vede spesso la disgregazione sociale, mentre imperano altri simboli. Per un “cercatore di amistad” come Javier non è facile. E quindi ecco il riflesso alla lezione pop, con i marchi che “fanno famiglia” in America e altrove, nell’esportazione di un modello. Sono i tempi di Big Mac, già del 2001 e di Naturaleza Muerta. Nel primo lavoro c’è la frase “gracias a Dios existe Mc Donalds” che suona come un programma: dalla cultura religiosa latina, fatta di abbandono consapevole alla volontà divina fino alla necessità primaria che viene assolta da un sistema uguale e indifferenziato per il cibo. E quanta nostalgia allora delle specialità colombiane, benché il Big Mac costi sempre gli stessi centesimi di dollaro.  
La cifra stilistica di Ramirex si fa sempre più ricca e complessa nel tempo, con una serie di opere in qualche modo sempre riempitive, memori di quell ‘ Horror vacui delle origini. Raggi di colore puro, sporcato dal grigio nebbia delle East Coast sono in My Space o Astor , mentre Bicho è contemporaneamente più fanciullesco e latino.
I veri capisaldi finali dell’epoca sono in ogni caso il Self portrait del 2007 e il notevole Wild Style Farben dello stesso anno.
Nel primo caso l’artista è una scritta al neon. Siamo di fronte ad una esperienza concettuale, visivamente toccata con il tema del neon caro a Mario Merz (in pratica materiale). Però qui l’autore è semplicemente un marchio. Luminoso, ma pur sempre marchio. E spesso si racconta, Ramirex, nel mondo del mercato dell’arte, dove c’è la necessità di vendita o dove tutto è in vendita. Una sensazione vissuta apertamente nel contesto degli Stati Uniti d’America, che una canzone di fine anni Ottanta in Italia raccontavano “sempre in vendita… beeeep”.
Wild Style è una sintesi efficace in cui il muralismo storico si staglia con un graffito su di una paletta cromatica varia e continua, ossessiva e precisa, definita nei minimi spazi (va visto, in effetti, da vicino). Concettuale anch’esso, va dalla metropolitana rivista dalla pittura “dura” alla semplicità replicante di Moholy-Nagy.  Potrebbe essere l’inizio di un film di animazione, sia pure senza soggetti specifici.

Nel 2004 Javier incontra a Soho, in una mostra, una ragazza Italiana, Marzia, proveniente dal Far West (della Liguria). Il rapporto diventa sempre più stretto, nell’impegno culturale che lei porta nel seguire un vero universo di artisti. Questa è vita privata che si farà pubblica, di lì a poco, con un ritorno in Italia.
Ramirex torna al sole. Concettuale.
Dunque dalla East Coast americana alla West Coast italiana. Per certi versi, l’ultima provincia di un Impero che localmente vive di varie repubbliche e d’altro canto muove in un contesto che vuole essere grande mercato. Infatti si pensa di solito all’Europa come “grande mercato”.
Si misura qui con ulteriori altre dimensioni, il più delle volte scevre dal mercato e più concettuali, in un insieme convinto di apparizioni pubbliche, tra mostre personali e collettive. Un confronto perlopiù di ambito italiano in cui matura una concezione critica molto spinta e soprattutto la compenetrazione della figura nel contesto ideale del colore tropicale. Un colore ritrovato, senza dubbio, nel solco dei tanti artisti che dall’estero hanno raggiunto la Riviera per essere abbacinati da una luce e da un colore della Natura percepiti come assoluti e, dunque, problematici.  La letteratura artistica locale o comunque europea è legata al τοποσ della ricerca di un calore totalizzante, avvolgente, in una parola, mediterraneo. Avremo dunque un Ramirex sulfureo e interrogativo. Ogni realizzazione, sarebbe quasi riduttivo chiamarlo “dipinto”, è  sia un esercizio pittorico, talvolta di stile, così come un problema aperto e dunque un coinvolgimento dello spettatore.
Due sono appaiono i capisaldi nella questione.  Interessante e preveggente è Venus in Myspace.  Oltre ad essere un dipinto-collage di situazioni interconnesse. Il simbolo della classicità, la tradizione delle “Veneri” con tutte le implicazioni fantastiche e coinvolgenti nella mentalità e nella tradizione. Però la classicità qui viene spinta nella medietà del “social network”.  La rete, per la massa degli internauti, è moda. C’era second life, c’è ancora, ma adesso è tempo di social network. In ogni caso si tratta di un sistema di comunicazione virtuale di forza dirompente e penetrante che Ramirex ha intuito prima delle pagine dedicate sui rotocalchi o dei manuali per l’uso venduti addirittura in edicola, con il ribaltamento delle situazioni, da quella virtuale a quella materiale della pagina scritta. Venus è un simbolo che non è più presente nelle possibilità dell’incontro reale, tra bar, feste o vita vissuta, ma è una realtà masturbato ria visuale e virtuale, di per sé depotenziata della forza eversiva dell’amore.
Altro manifesto di questo momento che è virtuale e voyeuristico appare One night in Paris, corrosiva immagine, frame colto da una notissima prodezza erotica di una nullafacente ereditiera americana priva di specifiche competenze. A parte quelle mostrate a tutto il mondo, sempre in modo virtuale e sempre a metà fra privacy e autopromopubblicità. Il titolo è volutamente un gioco di parole. Ma la Parigi non è più quella della frivolezza vagheggiata, del peccato consumato direttamente in trasferte reali tra ballerine e spettacoli un tempo licenziosi. Nel messaggio di Ramirex c’è tutto l’abbruttimento di una degenerazione familiare. In tal senso c’è una critica specifica alla demolizione occidentale della realtà della famiglia o famiglia almeno allargata a tutti gli affetti, nonni e zie comprese, come si potrebbe intendere in modo latino o mediterraneo. Questa condizione viene avvertita per esperienza da Javier in modo particolare riferendosi alla dimensione statunitense. E la critica è una ricerca nella dignità.

Desta ancora curiosità la conseguenza della frequente citazione recente dell’immagine del Papa Benedetto XIV. In questo caso si deve sospendere il giudizio sul messaggio. Infatti tutto pare in veloce divenire. Si deve valutare la vita vissuta in un contesto di un paese fortemente cattolico, percorso da fermenti politici assoluti e in relazione a quella “teologia della liberazione” che è stata vitale nel continente sudamericano per molto tempo durante gli anni più oscuri delle dittature diffuse. Per contro l’apparente tradizionalismo dell’attuale Pontefice può essere vissuto come limite, in relazione alla “rebeldìa” che agita da tempi originari l’autore. I riferimenti al Nazismo appaiono essere motivo di varia interpretazione. C’è sicuramente la provenienza sofferta della vocazione papale, in un periodo in cui la Germania sembrava aver smarrito l’umana pietà. D’altro canto potrebbe apparire anche un sentimento dittatoriale ecclesiastico, ma è un discorso che va approfondito. Si sa  bene che né il precedente Pontefice, né l’attuale, possono mutare le posizioni della Chiesa Cattolica su temi etici o sessuali. Diventa più interessante il progetto ecumenico, di unione dei Cristiani della terra o di pace tra gli uomini , che forse agiterà le prossime realizzazioni di Javier, il quale esplora il passato-presente da Raffaello a Bacon nel definire le nuove icone del secolo entrante.  E qui c’è la ricerca matura del concetto al di là della concezione estetica con cui si esprime nel fecondo momento attuale.

Alessandro Giacobbe, Gennaio 2009